Devianza e criminalità giovanile
Devianza non è sinonimo di criminalità. Un'analisi socio-criminologica delle cause del disagio giovanile e delle possibili strategie di contrasto.
Articolo già pubblicato su CrimeLine Magazine.
Un’analisi socio-criminologica delle cause e delle possibili strategie a contrasto.
La devianza di per sé è un concetto sfuggente, di non facile definizione.
Un dato comportamento è (o non è) definibile come deviante, a seconda delle norme sociali, delle aspettative, del contesto in cui esso è compiuto e valutato.
La devianza è, dunque, un termine «scivoloso», una “questione relativa”, poiché non riguarda l’atto in sé ma il contesto e il momento storico nel quale si svolge. Una attribuzione, in genere negativa, verso un determinato comportamento da parte di una collettività.
Nel nostro momento storico la devianza e la criminalità giovanile hanno assunto una connotazione preoccupante. Comprenderne le cause e le conseguenze di tali comportamenti è fondamentale, nondimeno di facile soluzione.
Nonostante si discuta ampiamente, anche a livello mediatico, sia di devianza sia di criminalità giovanile, i più recenti studi e le statistiche a riguardo, registrano più che un oggettivo aumento del fenomeno, bensì una maggiore efferatezza, una maggiore violenza degli atti compiuti che, proprio per la modalità e la tipologia dell’atto, generano allarme sociale e percezione collettiva di un aumento della criminalità giovanile.
Doveroso fare una distinzione tra devianza e criminalità
La devianza non è necessariamente sinonimo di illegalità. Per esempio, la pornografia è legale purché tra adulti consenzienti, tuttavia, in certe culture, potrebbe essere considerato «deviante» non solo chi la perpetra ma anche chi ne usufruisce semplicemente per soddisfare le proprie fantasie. Parimenti, esistono dei comportamenti francamente illegali, come ad esempio, evadere il fisco, o l’abusivismo edilizio, che vengono ampiamente tollerati, anzi, chi mette in atto questi comportamenti non viene considerato un deviante, semmai un furbo.
Per questo, la devianza non può essere classificata secondo un rigido modello di riferimento, ma studiata rispetto alle situazioni, ai comportamenti, alle attività, ed anche alle aspettative ed il momento storico della società nella quale si è immersi.
Quando parliamo di criminalità parliamo, invece, di una violazione della Legge. Si compie cioè, un atto perseguibile penalmente. Non c’è spazio all’interpretazione, c’è la violazione di una norma giuridica che prevede delle sanzioni, finanche la limitazione della libertà personale: cioè, l’arresto e la reclusione.
Annoveriamo dunque alla devianza quegli atti che si discostano dalle norme sociali prevalenti ma non costituiscono reato.
Annoveriamo il comportamento criminale quando questo viola gli articoli del Codice penale.
Per concludere il concetto: se tutti i crimini sono atti di devianza, non tutti gli atti di devianza sono crimini.
Il fenomeno della devianza giovanile odierno, non si discosta, nelle sue motivazioni, dalle classiche teorie sociologiche come l’anomia di Durkheim, la teoria della Tensione di Merton, i paradigmi della Scuola di Chicago, e via discorrendo. Tuttavia, il comportamento deviante odierno è, per così dire, “arricchito” dalla tecnologia, con particolare riferimento all’uso improprio della rete e dei social, che creano nuove forme di devianza e di criminalità.
Quali i fattori scatenanti della devianza e della criminalità? Uno sguardo ai “classici” e a quelli più recenti
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Contesto di povertà ed emarginazione: doveroso sottolineare che questo fattore non è più così determinante come in passato. Stando ai nuovi studi sul fenomeno, oggi, la sua rilevanza è in particolare più associata alla questione immigrati.
Interi quartieri abitati da immigrati, anche di seconda generazione, non hanno completato una vera integrazione e non hanno molto spesso le possibilità/opportunità economica per livellarsi al resto della società. Dunque: fattore economico, sentimento di estraneità rispetto al resto della collettività, scarsa inclinazione all’osservanza di usi e costumi locali — ritenuti non adeguati o condivisibili, se non completamente rigettati, dalla propria cultura di appartenenza — possono detonare comportamenti ostili, devianti, antisociali o addirittura criminali.
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Analfabetismo e analfabetismo funzionale (A.F.): in Italia l’A.F. è, e rimane a livelli altissimi. Lo confermano i dati più attendibili, quelli dell’indagine Piaac-Ocse del 2019:
l’ultima disponibile sulla materia. Secondo la classifica, in Italia circa il 28% della popolazione tra i 16 e i 65 anni è analfabeta funzionale. Uno dei dati peggiori d’Europa, secondi solo alla Turchia dove il problema chiama in causa il 47% della popolazione. In tutto il mondo sono 773 milioni i giovani e gli adulti che non possono vantare un’alfabetizzazione di base. Nell’anno prima del Covid solo lo 0,6% dei quindicenni italiani, contro l’1,1% della media Ocse, raggiungeva il livello più elevato di preparazione. Ma con la pandemia i numeri, quando verranno rilevati nuovamente, saranno peggiori, sia in Italia che nel mondo dato che il 62,3% dei giovani sono rimasti a casa da scuola.
(fonte True Numbers)
L’incapacità di comprendere, valutare e usare le informazioni che si ricevono in maniera adeguata e pertinente, possono generare forme di devianza e criminalità, anche importanti: ragionare per stereotipi, polarizzazione delle idee, esasperazione dei fatti, generalizzazione di categorie di persone, etnie, notizie e fatti di cronaca, sono tutti fattori destabilizzanti e potenzialmente pericolosi.
Quanto alla questione strettamente culturale, riguardante la prematura interruzione della scuola dell’obbligo da parte degli adolescenti, è presente più di quanto si pensi, ed anch’essa, in certi contesti, favorisce la strada ad un percorso deviante finanche criminale. Ad esempio, l’affiliazione a comparti gestiti dalla criminalità organizzata.
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La Famiglia: spesso il comportamento deviante è riconducibile in origine a famiglie disfunzionali di connotazione più o meno grave, dove sono presenti abusi, separazioni traumatiche e non elaborate adeguatamente dall’adolescente, oppure da una mancanza di supervisione e di regole, o di stili genitoriali inadeguati, eccessivamente repressivi, o eccessivamente permissivi, o ad una povertà relazionale all’interno del nucleo familiare, tale da lasciare “psicologicamente soli” questi ragazzi. Le problematiche famigliari e relazionali secondo gli ultimi studi sono al primo posto per le cause di devianza e criminalità, superando anche il fattore socio-economico.
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La Scuola. Spesso la scuola non è sufficientemente strutturata per gestire minori problematici. L’adolescente in questo caso si ritrova senza un opportuno supporto, una opportuna vigilanza e contenimento. L’incapacità di gestire lo scarso rendimento scolastico dell’adolescente o un comportamento distruttivo o autodistruttivo, sono questioni che hanno a che vedere con un tempestivo intervento da parte di insegnanti e famiglie. La presenza di bullismo generalizzato, arroganza, la maleducazione, la mancanza di rispetto sia verso la struttura scolastica, sia verso i compagni, verso gli insegnanti sono l’esito di un problema tutto irrisolto rispetto alle suddette criticità.
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Gruppo dei pari: l’adolescente è, per sua natura, portato ad allargare la sua cerchia di «altri significativi» all’interno del gruppo dei pari.
Laddove vi sono problematiche personali, l’adolescente sceglierà il gruppo di appartenenza che più lo rappresenta, dunque, inevitabilmente sentirà la pressione del suo gruppo, che può essere positiva ma anche negativa. Quando è negativa, il gruppo diventa branco, un branco coalizzato nel perpetrare comportamenti distruttivi e antisociali, come uso di alcol, droghe, risse, danneggiamenti alla proprietà pubblica, piccoli furti, fino a spingersi a stupri di gruppo, violenze e aggressioni di vario genere. Spesso tali gruppi sono erroneamente denominati baby gang. Queste ultime, hanno diversa connotazione e struttura organizzativa e meriterebbero una dissertazione specifica.
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La Disuguaglianza: l’esclusione a priori da certi ambienti e stili di vita, la mancanza di opportunità e di mezzi economici in un mondo iper-connesso dove ogni gesto è sottoposto all’esposizione mediatica e dove la ricchezza ed il lusso sono perennemente esibiti sui social come elementi imprescindibili per il successo e l’approvazione sociale, generano sentimenti di ingiustizia, di frustrazione, di rivalsa che si possono tradurre in agiti devianti finanche criminali pur di raggiungere la tanto agognata meta.
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Social Media e cultura di massa: l’influenza dei social media è oggi pericolosamente pregnante nelle menti delle “personalità in crescita” quali sono gli adolescenti e i giovani adulti. Nei più giovani, il riferimento a modelli di comportamento devianti — se non francamente criminali, ma mediaticamente vincenti — si presenta un richiamo irresistibile, soprattutto quando non è interiorizzata nell’adolescente una educazione adeguata.
Riferimenti a leader negativi, canoni di bellezza e stili di vita spesso fuori portata, emulazione di personaggi, anche cinematografici o di cosiddetti influencer, fungono da catalizzatori sostituendosi ai veri educatori che tradizionalmente sono Famiglia e scuola.
Aggiungiamo al quadro anche quegli atteggiamenti distruttivi e autodistruttivi esibiti sulla rete — le cosiddette Challengers — che fungono da cassa di risonanza e da elemento moltiplicatore, che potenzia questo circolo vizioso quanto patologico, del gioco in rete per la caccia di like.
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Cyberbullismo: il fenomeno, per la sua gravissima portata, merita un articolo dedicato.
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Pandemia, disagio personale ed esistenziale, sono tutti fattori che hanno portato all’accentuarsi dell’isolamento sociale che, paradossalmente, spinge gli adolescenti più sensibili, a navigare ore ed ore sulla rete, dediti a videogiochi, social vari, ed avere interazioni con perfetti sconosciuti a discapito di frequentazioni in una vita reale. Parliamo del fenomeno Hikikomori, un vero e proprio ritiro sociale e che in Italia è stimato in circa 66mila adolescenti. Una nuova forma di devianza sul piano della resilienza e delle tipiche strategie di coping rispetto ad un disagio che colpisce i giovanissimi, la cosiddetta generazione Z.
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I fenomeni migratori incontrollati esacerbano un disagio ed una profonda sfiducia collettiva nella politica, nelle Istituzioni dalle quali non si percepisce più protezione e giustizia e che portano inevitabilmente a posizioni di polarizzazione anche tra i più giovani. La percezione che tutto in fondo sia permesso, tutto in fondo, sia giustificabile, tutto in fondo, non sia adeguatamente punito e/o sia privo di grosse conseguenze, dove i benefici rispetto ad un’azione criminale perpetrata, risultano ben superiori ai costi, e dove la forza della deterrenza è ai minimi storici. Tutto ciò porta ad una mancanza generale della giusta prospettiva degli accadimenti e delle conseguenze del proprio comportamento rispetto a sé stessi e rispetto alla società.
Solo nella città di Milano ci sono circa 1200 minori stranieri non accompagnati. Il Comune di Milano riesce ad assisterne circa 800. Questo vuol dire che 400 minori sono in giro per la città in balia di sé stessi, privi di controllo e contenimento, a bivaccare, a delinquere, praticamente indisturbati, e facili prede della criminalità organizzata che li recluta non certo per prendersene cura. (Fonte: convegno sulla criminalità giovanile, giugno 2024, Università Cattolica Milano.)
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Disturbo della condotta (DSM V), combinazione di fattori biologici, genetici, ambientali, psicologici e sociali è anch’esso tra le problematiche riguardanti devianza e criminalità.
Si tratta di un disturbo importante di personalità e riguarda un modello comportamentale che viola sistematicamente i diritti altrui. Gli adolescenti (ma anche i bambini) affetti da disturbo della condotta devono essere adeguatamente attenzionati in quanto si rivelano soggetti egoisti e insensibili ai sentimenti altrui. Possono compiere atti di bullismo, danneggiare la proprietà, maltrattare gli animali, sono inclini alla menzogna, al furto e privi di senso di colpa.
Quali possibili risposte di intervento?
In questo quadro per niente rassicurante ma che rappresenta una fotografia reale dell’attuale situazione non solo italiana ma anche Europea, è doveroso sottolineare che il fenomeno vada preso a piene mani e con una certa urgenza da diverse angolazioni.
La necessità di affiancare le famiglie nel lavoro genitoriale è indubbia. Essere genitori oggi è molto più difficile rispetto alle generazioni precedenti.
Sono molte le vie pedagogiche che sono state seguite fino ad oggi dalle famiglie, dalle scuole, e dai servizi territoriali, alcune delle quali si sono rivelate evidentemente e decisamente fallimentari.
I ragazzi hanno bisogno più che mai di genitori che siano persone mature e si pongano come educatori verso i loro figli ed è quantomai necessario un tempo da dedicare ai propri figli che sia un tempo di qualità e continuativo. Un tempo che lasci spazio all’ascolto, all’osservazione del comportamento dei propri figli dentro e fuori casa, un tempo dedicato alla costruzione di un’autonomia sana dell’adolescente.
Pur comprendendo la difficoltà nel conciliare il lavoro genitoriale con gli impegni lavorativi è imperativo che una riflessione su cosa significhi essere genitori si debba fare e, se necessario, farsi aiutare in questo difficile compito. Non farlo, implica spesso gli esiti sopra menzionati.
Aiutare le famiglie a sviluppare stili genitoriali efficaci è un investimento a lungo termine che giova ai ragazzi, alle famiglie e all’intera società.
Ricordiamo ai genitori che la responsabilità genitoriale non si esplica soltanto fornendo beni materiali ma soprattutto essendo un valido esempio da seguire per i figli. I genitori non possono e non devono essere amici dei figli, semmai devono essere empatici e amichevoli. Degli adulti di riferimento, che, al bisogno siano capaci di contenere i comportamenti dei propri figli e sappiano dire NO senza se e senza ma.
Con riferimento alla scuola, essa deve necessariamente lavorare con le famiglie in un continuum del patto educativo che non debba discostarsi da quello familiare. La scuola in questo senso ha il compito di istruire, educare e vigilare sulla sicurezza dei ragazzi che accoglie, deve collaborare attivamente con le famiglie. E viceversa. I servizi territoriali devono favorire al massimo questo aspetto dando la massima collaborazione e supervisione.
La scuola deve essere di supporto alle famiglie garantendo degli orari, dei tempi di studio e di svago per i ragazzi all’interno dell’Istituto stesso. In questo senso chi scrive ritiene che la scuola italiana vada rivista completamente partendo dalla sua organizzazione di base, ormai troppo lontana dalla realtà, dalle esigenze delle famiglie di oggi, dai bisogni degli adolescenti di oggi.
La politica, dal canto suo, e le Istituzioni preposte, devono creare una scuola che sia funzionale al progetto educativo garantendo insegnanti di qualità, scuole accoglienti ed efficienti, con personale preparato sia dal punto di vista didattico, organizzativo, sia nell’intercettare eventuali segnali, prodromi, di disagio.