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Mediazione penale minorile: tra giustizia, perdono e criticità

La mediazione penale minorile tra responsabilizzazione del reo e riparazione della vittima: obiettivi, ruolo del mediatore, limiti e nodi della Riforma Cartabia.

Schema a forma di ponte: alle due estremità il reo, chiamato alla responsabilizzazione, e la vittima, che trova voce e riconoscimento; al vertice dell'arco il mediatore, terzo e imparziale.

Articolo già pubblicato su CrimeLine Magazine.

La mediazione penale minorile rappresenta uno strumento fondamentale nell’ambito della giustizia penale per i minori in Italia. Nata, sulla scia di un progetto canadese e poi francese, con l’intento di promuovere la responsabilizzazione del giovane autore di reato — favorendo, nel contempo, la riparazione del danno nei confronti della vittima — la mediazione penale si muove in un delicato equilibrio tra concetti complessi come il perdono, la giustizia e le intrinseche criticità del nostro Sistema Penale.

Potremmo definire la mediazione penale un ponte verso la responsabilizzazione e la riparazione.

Al centro della mediazione penale minorile vi è l’idea che il conflitto generato dal reato non debba essere risolto unicamente attraverso la pena, ma possa rappresentare un’opportunità di crescita per il minore e di ricomposizione per la vittima. L’obiettivo primario non è stabilire una colpevolezza in senso stretto, quanto piuttosto stimolare nel minore la presa di coscienza delle conseguenze delle proprie azioni e la volontà di riparare al danno causato.

Attraverso incontri facilitati da un mediatore terzo e imparziale, il minore e la vittima hanno la possibilità di comunicare direttamente, esprimere i propri sentimenti e bisogni, e, se possibile, giungere a un accordo riparatorio. Questo può concretizzarsi in diverse forme: dalla restituzione di un bene sottratto, all’offerta di scuse, fino allo svolgimento di lavori socialmente utili a beneficio della comunità o della vittima stessa.

Il perdono e la giustizia: due facce della stessa medaglia

Il concetto di perdono emerge spesso come una potenziale, seppur non sempre raggiungibile, finalità della mediazione. È un processo intimo e personale della vittima, che non può essere imposto né preteso. Tuttavia, la mediazione crea un contesto favorevole affinché, qualora la vittima lo desideri e lo ritenga opportuno, possa avviarsi un percorso di elaborazione del trauma che, in alcuni casi, può condurre al perdono.

Per il minore, confrontarsi con il dolore e le emozioni della vittima può rappresentare un passo cruciale verso l’assunzione di responsabilità e la prevenzione di future condotte devianti.

Parallelamente al perdono, la mediazione non prescinde dal principio di giustizia. Si tratta di una “giustizia riparativa”, che si affianca e in alcuni casi si sostituisce alla giustizia retributiva.

Vediamo quindi spostarsi l’attenzione dalla punizione alla riparazione, dalla stigmatizzazione del minore, alla sua rieducazione e reinserimento sociale. In questo senso, la mediazione non sminuisce la gravità del reato, ma propone un percorso alternativo per affrontare le sue conseguenze, mirando a ristabilire un equilibrio interrotto.

Le criticità: sfide e limiti di un percorso delicato

Nonostante i suoi indubbi meriti, la mediazione penale minorile non è esente da criticità. Una delle principali riguarda la volontarietà della partecipazione. Affinché la mediazione sia efficace, è fondamentale che sia il minore sia la vittima aderiscano liberamente al percorso e senza alcuna costrizione. L’assenza di vera volontà compromette l’intero processo e ne annulla l’efficacia riparativa.

Un altro aspetto critico risiede nella formazione e professionalità dei mediatori. La complessità emotiva e psicologica dei casi trattati richiede figure altamente qualificate, capaci di gestire situazioni di conflitto, di empatizzare con le parti pur mantenendo una rigorosa imparzialità. In questo senso, la mancanza di standard formativi elevati o di risorse adeguate alla formazione continua, può inficiare la qualità degli interventi stessi.

Permangono interrogativi sull’applicazione della mediazione in contesti di reati gravi. Se per i reati di lieve entità il percorso di mediazione appare più agevole, per quelli di maggiore gravità possono emergere resistenze da parte delle vittime o difficoltà oggettive nella realizzazione di un’efficace riparazione. In questi casi, la mediazione deve essere attentamente valutata e integrata con altre forme di intervento giudiziario, garantendo sempre la tutela e la sicurezza della vittima.

La mediazione penale minorile rappresenta, dunque, una scommessa significativa sulla capacità del sistema giudiziario di andare oltre la mera punizione, abbracciando una prospettiva che valorizzi il recupero del minore e il benessere della vittima. È fondamentale affrontare e superare le criticità esistenti, investendo in risorse e professionalità, al fine di consolidare il ruolo e il significato di questo strumento prezioso nel panorama della giustizia minorile, per un futuro in cui il perdono, la giustizia e la riparazione possano coesistere in un equilibrio sempre più virtuoso.

Ma la vittima? Quale significato ha la vittima all’interno di questo Istituto?

Per la vittima, la mediazione offre uno spazio per esprimere i sentimenti e il dolore provati a causa del reato patito.

L’incontro previsto nella mediazione, tra Reo e Vittima — sebbene potenzialmente devastante dal punto di vista psico-emotivo — è cruciale per sviscerare i sentimenti e il significato delle azioni compiute da entrambe le parti. Ma soprattutto la Vittima finalmente trova voce e riconoscimento.

La difficoltà di questo processo risiede tantissimo nella professionalità del mediatore e nella sua formazione come abbiamo già accennato. La difficoltà risiede, altresì, e con altrettanta importanza, nel “fattore umano”, spesso trascurato, ma fondamentale.

Non è infatti sufficiente spiegare al Reo ma anche alla stessa Società che compiere un’azione illegale ha delle ricadute sulla vita personale non solo di chi la commette, ma anche di chi la patisce, per creare una solida deterrenza.

Nel contesto contemporaneo, caratterizzato da disomogeneità sociale e culturale, da disgregazione e frammentazione, e da una generale apatia (per non dire anestesia) emotiva, sono più che mai necessarie azioni di carattere formativo, preventivo, di sensibilizzazione, ma anche di deterrenza e prevenzione. L’educazione ai sentimenti e al senso civico devono essere priorità per qualsiasi politica e agenda di qualsiasi Governo in carica.

Se da un lato, per essere efficace, la mediazione penale deve essere condotta con metodo, imparzialità e preparazione, dall’altro, è necessaria una cultura alla mediazione che deve trovare un ampio riconoscimento sia in contesto giuridico ma anche quello dell’intera collettività.

Se è vero, com’è vero, che il Reo debba essere sanzionato per l’azione criminosa commessa in un’ottica di giustizia retributiva, Egli nel contempo, deve anche essere riabilitato. Solo così si argina la recidiva.

In un’ottica ancora più ampia, a fronte di ogni reato commesso e relativa detenzione, la componente della mediazione non dovrebbe in ogni caso venire meno. La rieducazione del detenuto oltre ad essere un principio costituzionale deve trovare un percorso attraverso la mediazione con la società stessa, se con la vittima, questa, non è percorribile. Purtroppo, gli Istituti di detenzione sono invece tristemente noti con la denominazione di Università del crimine.

Quando la mediazione non è percorribile per ovvi motivi — uno su tutti, perché la vittima è deceduta o perché si rifiuta categoricamente di incontrare il suo carnefice — può avvenire in ogni caso una mediazione, sia pure con connotazione diversa: la cosiddetta mediazione Reo-Vittima aspecifica, dove la fattispecie di reato è la stessa ma sono diversi i soggetti coinvolti e il contesto in cui il fatto di reato si è consumato. In pratica, il Reo incontra una vittima “altra” che ha patito lo stesso reato che Egli ha inferto alla “sua” vittima.

Riassumendo, gli obiettivi specifici della mediazione possiamo declinarli nei seguenti

  • Il Reo deve comprendere il disvalore dell’azione compiuta.
  • La vittima deve trovare una giustizia morale, personale e sociale che vada oltre gli aspetti giuridici, la pena o il risarcimento. Deve poter esprimere il proprio vissuto e le proprie paure, e ricevere un riconoscimento emotivo da parte del reo rispetto al danno patito.
  • È necessario che il Reo “umanizzi” la sua vittima.
  • La vittima deve comprendere che il reo non è solo “il male”, ma anche una persona influenzata dall’ambiente nel quale è vissuto, da eventuali disturbi di personalità o disagi che necessitano di essere indagati e trattati.

In ambienti deprivati, dove è difficile riconoscere l’altro come portatore di emozioni e diritti, la mediazione offre un’opportunità unica. Il mediatore ha il compito di guidare entrambi i protagonisti in questo percorso: il reo deve confrontarsi con le conseguenze delle sue azioni, mentre la vittima deve trovare voce ed essere compresa. Solo allora la vittima potrà considerare il perdono o, quantomeno, una “comprensione intrinseca” dell’atto subito. Un mero risarcimento economico o delle scuse formali non sono sufficienti; il reo deve elaborare il suo vissuto e il significato delle sue azioni per trasformarle in qualcosa di funzionale per sé e per la vittima.

Per entrambi è necessario un “tempo” per la rabbia, il dolore, la colpa, l’elaborazione, il rimedio e le scuse, che spesso arrivano per ultime. Il Reo, in particolare, ha bisogno di vivere il momento della colpa e della vergogna, un tempo fisiologico e doloroso ma funzionale al cambiamento, che lo porti a toccare il fondo per poi risalire con una nuova consapevolezza. Non devono esserci scorciatoie in questo processo. La vittima necessita di essere ascoltata, compresa, “vista” e rispettata nel suo dolore dal reo. Solo così potrà pensare al perdono o alla comprensione del punto di vista dell’aggressore.

La mediazione penale non può essere intesa solo come una condanna, un risarcimento o un compito giudiziario da assolvere. La sua riuscita piena è l’unica via per contenere la recidiva. Gli attori della mediazione non sono pertanto solo il Giudice, il Mediatore, i Servizi Territoriali, la Vittima e il Reo, ma anche l’intera Società.

La banalizzazione o la giustificazione dei reati, in particolare da parte di famiglie o di certi apparati giudicanti, ostacola la crescita del minore e la presa di responsabilità delle sue azioni. La crescita del minore si deve fondare su uno spirito critico, derivante da un’educazione continua e precoce all’empatia, alla legalità, al rispetto degli altri e delle regole, riconoscendo le conseguenze della loro inosservanza senza scuse o giustificazioni.

I reati minorili di oggi hanno un significato e una connotazione diversi rispetto al 1988, anno del DPR 448/1988, a causa dei cambiamenti sociali e culturali che hanno modificato sia i minori sia i genitori. Gli adeguamenti del caso al DPR 448 sono a dir poco imperativi.

La Riforma Cartabia ha rafforzato sì il ruolo della mediazione, riconoscendola come strumento centrale per la gestione dei conflitti penali, soprattutto per i reati meno gravi. Tuttavia, non è a mio avviso ancora né sufficiente né risolutiva. Troppo spesso si riduce al riconoscimento di una mera somma di denaro a titolo di risarcimento alla vittima per danno subito, tralasciando tutto l’aspetto emotivo, psicologico, educativo di cui sopra menzionato.

Il funzionamento della mediazione penale minorile secondo la Riforma Cartabia, in 5 punti

  1. Invio alla mediazione: il giudice può inviare minore e vittima a un percorso di mediazione, previo consenso.
  2. Incontro con il mediatore: il mediatore incontra separatamente le parti per spiegare il processo e raccogliere le esigenze.
  3. Incontro di mediazione: se le parti acconsentono, si svolge un incontro per il confronto e la ricerca di un accordo.
  4. Accordo riparativo: in caso di successo, si raggiunge un accordo che può prevedere scuse, risarcimento o attività di volontariato.
  5. Valutazione del giudice: il giudice valuta l’esito della mediazione per la decisione finale.

Alcune criticità della Riforma Cartabia, in altri 5 punti

  1. Difficoltà operative: la riforma richiede una riorganizzazione dei servizi di giustizia e una formazione adeguata dei mediatori, oltre alla mancanza di centri di giustizia riparativa sul territorio.
  2. Rischio di disparità: la mediazione potrebbe non essere adatta a tutti i casi e a tutte le vittime, potenzialmente creando disparità nell’accesso alla giustizia e il rischio di ulteriore vittimizzazione se non adeguatamente supportata.
  3. Valutazione dell’esito: la complessità nella valutazione degli accordi non monetari e il rischio che la mediazione venga utilizzata solo per ottenere sconti di pena senza una reale responsabilizzazione del reo.
  4. Ruolo del mediatore: la necessità di competenze specifiche, formazione continua e standard professionali uniformi per evitare compromissioni della qualità della mediazione e sovrapposizioni con altre figure.
  5. Tempi della giustizia: la compatibilità dei tempi della mediazione con quelli del processo penale per evitare ritardi.

Sulla base dei punti sopra, è del tutto evidente che vada, invece, approfondito e valutato il senso più profondo della mediazione penale (e non solo quella minorile) ma che sfugge ancora ai più. Il senso della mediazione deve essere visto anche in una prospettiva filosofica, antropologica, psicologica e sociale.

Colpa, espiazione, perdono

Il senso di colpa è un’emozione umana universale, un segnale che si attiva quando violiamo i nostri valori o le norme sociali. Psicologicamente, funge da meccanismo di autoregolazione che ci spinge a riparare gli errori e a mantenere l’integrità del sé. Antropologicamente, ha avuto un ruolo cruciale nell’evoluzione delle società, promuovendo cooperazione e coesione sociale. Il tempo della colpa è un viaggio interiore, è un periodo di introspezione e sofferenza, in cui ci si confronta con le proprie responsabilità e si cerca di dare un senso alle azioni compiute. Sebbene doloroso, rappresenta un’opportunità di crescita personale.

L’espiazione è un percorso di riparazione: è il processo attraverso il quale si cerca di alleviare il senso di colpa, riparando il danno causato dalle proprie azioni. Questo può avvenire tramite:

  • Riparazione materiale: risarcimento della vittima o ripristino dei danni. COME MINIMO, MA NON SOLTANTO.
  • Riparazione simbolica: scuse, riconoscimento dell’errore, impegno a non ripeterlo. DOVEROSO.
  • Riparazione interiore: riflessione sulle proprie azioni, modifica dei comportamenti, ricerca di un miglioramento personale. FONDAMENTALE.

Il perdono è quindi un percorso interiore ed anche un atto sociale: esso è il culmine del processo di espiazione, il momento in cui ci si libera dal peso della colpa e ci si riconcilia con sé stessi e con gli altri. Non implica dimenticare l’errore, ma accettarlo e andare avanti.

Antropologicamente, il perdono è un fenomeno universale, presente in tutte le culture, fondamentale per il mantenimento dell’equilibrio sociale, la riparazione delle relazioni danneggiate e la prevenzione della vendetta. Nelle società tradizionali è spesso legato a rituali comunitari.

Filosoficamente, è un atto complesso che richiede la capacità di superare risentimento e rabbia, implicando il riconoscimento dell’umanità dell’altro anche di fronte all’errore. Filosofi come Hannah Arendt ne sottolineano l’importanza per un nuovo inizio e la costruzione di un futuro comune.

Sociologicamente, il perdono ha un impatto significativo sulle dinamiche sociali, favorendo riconciliazione e coesione. È un elemento chiave nei processi di giustizia riparativa e, in senso più ampio, è essenziale per la sopravvivenza della società, altrimenti la vendetta distruggerebbe tutto.

Psicologicamente, è un processo interiore che coinvolge la sfera emotiva, cognitiva e comportamentale, con benefici significativi per la salute mentale (riduzione di stress, ansia e depressione). Richiede la capacità di elaborare le emozioni negative e di cambiare prospettiva sulla situazione.

La riparazione del danno verso la Società è un atto, dunque, di responsabilità collettiva che mira a ricostruire il tessuto sociale e a prevenire la ripetizione di errori simili. Questo può avvenire attraverso la giustizia riparativa, l’educazione alla cittadinanza, ai sentimenti, all’empatia e politiche sociali che contrastino disuguaglianze e ingiustizie. Il percorso del senso di colpa, dell’espiazione e del perdono è un viaggio complesso e personale che richiede tempo, impegno e compassione. Il perdono porta con sé profonde implicazioni, è un percorso che lambisce molte dimensioni personali e sociali, con profonde implicazioni per l’individuo e per la società.