Devianza Divulgazione

La reazione sociale alla criminalità straniera nell'Italia contemporanea: il caso di Modena

Panico morale, bias di gruppo ed etnocentrismo: come reagisce la società italiana alla criminalità straniera, letta attraverso il caso di Modena del maggio 2026.

Due curve che si incrociano formando una forbice: la percezione di insicurezza sale mentre il trend di lungo periodo dei reati violenti scende. Rappresentazione schematica delle due tendenze, non una scala di dati.

Articolo già pubblicato su CrimeLine Magazine.

L’investimento di massa nel centro di Modena dello scorso maggio ha acceso ancora una volta i riflettori sulla questione immigrazione e integrazione e di conseguenza il dibattito sulle politiche poste in essere ad esse correlate. Salim El Koudri ha investito sette persone, è uscito pressoché illeso dall’abitacolo dell’auto schiantatasi dopo gli investimenti. Ha tentato la fuga, ma è stato prontamente bloccato dai testimoni — non senza difficoltà — fino all’arrivo delle forze dell’ordine.

Accusato di strage, ma non di terrorismo, è successivamente risultato conclamatamente affetto da un grave disturbo psichiatrico.

Questo triste evento mette il punto su tre grandi tematiche: la gestione della malattia mentale in Italia, la questione immigrati di prima e seconda generazione, la percezione sociale di questi episodi.

Nel dibattito pubblico italiano contemporaneo, infatti, il nesso causale tra flussi migratori e incremento dei reati violenti rappresenta uno dei principali catalizzatori di ansia sociale e polarizzazione politica.

Se da un punto di vista strettamente quantitativo, i dati storici e ministeriali evidenziano come i reati di criminalità violenta in Italia abbiano registrato un trend strutturale di decremento sul lungo periodo, ciononostante, la percezione pubblica della criminalità si muove in senso inverso, manifestando un costante allarme sicurezza focalizzato in modo selettivo sulla popolazione straniera.

Sono oggettivamente in aumento i reati predatori, bagatellari, soprattutto compiuti da minorenni e giovani adulti e gli omicidi verso il genere femminile — da parte del partner o ex partner — comunemente chiamati «femminicidi». Entrambe queste ultime categorie di crimine, pur essendo statisticamente poco rilevanti, sono comprensibilmente di grande impatto sociale ed emotivo e contribuiscono ad amplificare la percezione di precarietà e insicurezza perenne sia nei cittadini delle grandi aree metropolitane, sia nei centri più piccoli.

Perché questo? Come risponde la Società a questi eventi? Quale chiave di lettura è propensa a dare la comunità a questi eventi, soprattutto se i reati sono compiuti da stranieri di prima o seconda generazione e che vivono stabilmente nella nostra Nazione?

Il caso di Modena è un esempio tipico da prendere in esame.

La sociologia della devianza, la psicologia sociale, la criminologia possono indicarci una via di comprensione: dove nasce e dove trova fondamento la dissonanza cognitiva tra l’effettiva incidenza statistica rispetto all’allarme sociale che ne deriva.

Sono diverse le risposte della letteratura a riguardo, in alcuni Paesi prevale maggiormente una determinata corrente rispetto ad un’altra e di conseguenza cambiano le politiche di contrasto.

La risposta giuridica ma anche sociale a certi eventi è inevitabilmente legata alla legislazione a riguardo, al pensiero dominante, alle linee politiche adottate, al risalto che viene dato all’evento, alla qualità e quantità di informazioni divulgate.

La sociologia del crimine non si limita ad analizzare l’atto deviante in sé, ma indaga i meccanismi di costruzione sociale della criminalità. L’obiettivo di questo articolo è pertanto esporre la reazione della società ospitante, attraverso la triplice lente sociologica, psicologico-sociale e antropologica e le correnti ad esse collegate.

Quanto alla dimensione sociologica

Se consideriamo la sociologia della devianza di matrice costruttivista, troviamo che la reazione della popolazione italiana dinanzi agli episodi di violenza commessi da cittadini stranieri assume i tratti classici del panico morale (moral panic), concetto teorizzato originariamente dal sociologo Stanley Cohen (“Folk Devils and Moral Panics”, 1972).

Secondo il modello Cohen, una società attraversa un periodo di panico morale quando una condizione, un episodio o un gruppo di persone (definiti “folk devils”, diavoli popolari) vengono identificati come una minaccia per i valori e gli interessi collettivi. Nel contesto italiano, questo dispositivo viene alimentato e amplificato da specifiche dinamiche quali:

  • Amplificazione mediatica della devianza (Deviancy Amplification Spiral): teoria sviluppata da Leslie Wilkins (1964). I mass media tendono a sovraccaricare l’agenda giornalistica con notizie di cronaca nera in cui l’autore è straniero, alterando la percezione del lettore e creando una sensazione di assedio permanente.

  • Meccanismi di trasformazione dell’insicurezza: come evidenziato dal sociologo italiano Marcello Maneri, la figura del migrante deviante funge da catalizzatore per insicurezze sistemiche di natura economica e sociale che altrimenti rimarrebbero prive di un bersaglio tangibile. L’insicurezza strutturale (precariato, crisi del welfare) viene tradotta in insicurezza categoriale (paura della criminalità da strada).

  • La criminalizzazione statistica: gli studi storici di Marzio Barbagli (“Immigrazione e criminalità in Italia”) rivelano che l’associazione tra straniero e crimine risente fortemente della diversa visibilità pubblica dei reati commessi (spesso microcriminalità urbana o reati legati alla marginalità sociale) rispetto alla criminalità autoctona. Sempre secondo Barbagli:

    la teoria della tensione e della privazione relativa offre significative possibilità per la comprensione della devianza degli immigrati. Infatti, ritenendo che ogni immigrato ha un sogno da realizzare, gli ostacoli, le frustrazioni, le ridotte possibilità offerte dal Paese ospitante possono ingenerare in lui reazioni tali da fargli rifiutare i mezzi legali previsti per raggiungerlo, inserendosi così nei circuiti dell’illecito.

Quanto alla dimensione di psicologia sociale

Si osserva nel tessuto sociale un processo diverso riconducibile alla categorizzazione e bias cognitivi. Se, infatti, la sociologia spiega la macro-struttura della reazione a certi fatti criminali e devianti, la psicologia sociale pone l’accento sui processi cognitivi e intergruppo, i quali legittimano la stigmatizzazione a livello individuale e collettivo di un dato gruppo sociale.

Henri Tajfel e John Turner hanno evidenziato come l’autostima di un individuo sia legata all’appartenenza ad un gruppo ingroup (nel nostro caso gli italiani) e quando un membro dell’outgroup (la popolazione straniera) compie un atto violento, si innescano processi automatici come quello della omogeneizzazione, quella tendenza, cioè, a considerare gli stranieri come un blocco uniforme (“sono tutti violenti”), mentre le condotte devianti dei membri dell’ingroup vengono interpretate come eccezioni individuali o patologie isolate (“è un singolo folle”).

Il paradosso che è derivato dalla strage di Modena e che ha scardinato l’assunto della omogeneizzazione sta proprio nel fatto che a bloccare fisicamente l’aggressore, oltre al cittadino Luca Signorelli (rimasto ferito), sono intervenute due persone di nazionalità egiziana, la medesima origine dell’attentatore.

Ancora, Lee David Ross, con l’asimmetria nell’attribuzione causale (“errori fondamentali di attribuzione”) ci porta a pensare che i crimini dello straniero vengono attribuiti a fattori disposizionali o culturali intrinseci alla sua nazionalità o etnia; i crimini dell’italiano vengono invece spiegati tramite fattori situazionali come stress, disagio psicologico e così via.

John Dollard e colleghi, con il capro espiatorio e frustrazione-aggressività ci spiegano invece come la frustrazione accumulata da una comunità a causa di fattori macroeconomici generi una quota di aggressività che viene deviata verso un bersaglio vulnerabile e chiaramente identificabile (capro espiatorio), privo del potere politico e di difendersi efficacemente.

Dunque, fin qui, la devianza straniera sarebbe dovuta a cause sociali strutturali ed economiche (povertà, discriminazione) dello straniero e, più in generale, nel disagio, nella povertà economica e relazionale, sommati all’insufficiente presenza dello Stato che non contribuisce abbastanza alla riuscita di una buona integrazione. Nel caso di Modena, si aggiunge il disagio mentale, che — non opportunamente attenzionato nel tempo — ha detonato una situazione di per sé già assai problematica.

D’altro canto, la Legge Basaglia ha da sempre trovato difficoltà nella sua piena applicabilità sia sul piano territoriale, sia su quello nazionale e, non ultimo, sul piano interpretativo.

Il Right Realism: un’altra chiave di lettura

La letteratura sociologica e saggistica non è sempre unanime nell’analisi della devianza e alle risposte date da parte delle Istituzioni al problema, e neppure rispetto alla percezione/risposta sociale anche sulla questione stranieri e la loro integrazione.

Nel cosiddetto Right Realism troviamo un’altra chiave di lettura della criminalità, della percezione dello straniero del paese ospitante e del perché la criminalità si diffonda, compresa e soprattutto quella legata agli immigrati. Il Right Realism (R.R.), corrente più conservatrice, considera il controllo dei confini nazionali la prima vera politica di prevenzione della criminalità.

Sebbene il R.R. trovi il suo fondamento negli Stati Uniti e in Gran Bretagna dagli anni 80 in poi, è condiviso anche da diversi intellettuali in Italia.

A differenza degli approcci sopra descritti, gli autori di questa corrente si focalizzano sulla responsabilità individuale dello straniero e del criminale in generale, e sul fallimento dei modelli multiculturali, con una ferma critica al permissivismo e sull’imperativo che debbano essere applicate politiche efficaci di forte controllo del territorio e delle frontiere (law and order).

James Q. Wilson e George L. Kelling (broken windows theory) con la celebre teoria delle finestre rotte sostengono che lo stesso degrado urbano e la piccola devianza — spesso legata a flussi migratori indiscriminati e non regolamentati — generino criminalità grave se non repressi immediatamente. Il degrado, cioè, avrebbe un effetto moltiplicatore.

La teoria trae spunto — ma è più tardi sviluppata con altri lavori — da un noto esperimento condotto nel 1969 dallo psicologo Philip Zimbardo. Zimbardo abbandonò due auto identiche, una nel Bronx (quartiere malfamato) e una a Palo Alto (zona benestante). Quella nel Bronx fu subito smantellata, mentre l’altra rimase intatta. Tuttavia, non appena Zimbardo ruppe di proposito un finestrino dell’auto a Palo Alto, i passanti iniziarono immediatamente a vandalizzarla.

Wilson scrive su Thinking About Crime la sua ferma contrarietà all’idea che per ridurre il crimine si debbano prima risolvere le disuguaglianze sociali. Propone al contrario di concentrarsi sulla certezza della pena e sulla deterrenza.

Charles Murray, sociologo e politologo legato all’AEI (American Enterprise Institute), un think tank conservatore di Washington, con il suo “Losing Ground” e i suoi successivi saggi sulla “Underclass” sostiene che le politiche assistenziali dello Stato sociale abbiano incentivato la nascita di una sottoclasse priva di valori tradizionali, incline alla devianza e per niente propensa all’integrazione e a costruirsi un solido futuro lavorativo con i propri mezzi.

Secondo questi schemi interpretativi, la formazione di ghetti etnici e la criminalità di seconda generazione nelle periferie occidentali sarebbero generate da politiche di mero assistenzialismo a contrasto della povertà che avrebbero, di fatto, sortito l’effetto opposto di quello auspicato, cronicizzando e patologizzando la situazione dei poveri.

Anche Heather Mac Donald, saggista e ricercatrice presso il Manhattan Institute, istituto di ricerca di orientamento rigorosamente conservatore, nei suoi articoli sul City Journal e nei suoi libri, affronta direttamente il legame tra immigrazione irregolare e tassi di criminalità nelle aree urbane americane, criticando le politiche delle città più progressiste e difendendo l’operato delle forze dell’ordine contro le accuse di razzismo sistemico.

Per stare in Italia, è del tutto evidente che la sociologia accademica della devianza è stata storicamente dominata non certamente dal Right Realism, così come le politiche di contrasto. Esiste tuttavia una produzione saggistica e di analisi dei dati, esplicitamente riconducibili alla destra culturale o ai suoi think tank.

Daniele Scalea (Centro Studi Machiavelli) nel suo saggio Le ragioni dei populisti si concentra sul legame diretto tra l’indebolimento dei confini nazionali, il collasso dell’ordine pubblico e l’incompatibilità culturale di determinati flussi migratori con la legalità autoctona. Scalea capovolge la narrazione dominante secondo cui i cittadini che temono l’immigrazione NON siano vittime di una “percezione alterata” o di “psicosi collettive” alimentate dalla propaganda. Al contrario, ritiene che i timori popolari poggino su dati di fatto riscontrabili nella quotidianità.

Le preoccupazioni dei cittadini riguardo all’impatto economico, alla sicurezza e alla tenuta culturale della propria comunità siano risposte logiche a mutamenti rapidi e non governati del territorio.

Un punto cardine del suo saggio è la difesa dello Stato-nazione, inteso come il perimetro fondamentale dentro cui possono esistere la democrazia, il welfare e i diritti dei cittadini.

In altre parole, l’immigrazione di massa e senza filtri, combinata con le spinte della globalizzazione, eroderebbero la sovranità nazionale e i confini, poiché senza confini chiari e senza una popolazione coesa attorno a una comune identità storica e culturale, lo Stato fatica, per non dire, è impossibilitato, a mantenere i legami di solidarietà sociale (come il sistema sanitario e pensionistico) che uniscono i cittadini.

Alessandro Meluzzi, psichiatra e criminologo, ha firmato diversi testi focalizzati sulla criminalità etnica e transnazionale (con particolare attenzione alla mafia nigeriana e alle dinamiche di sfruttamento della prostituzione e del caporalato). Nei suoi interventi e scritti, la devianza straniera viene letta come una conseguenza della perdita di sovranità dello Stato e del sistematico smantellamento delle identità tradizionali come famiglia, religione, cultura di appartenenza.

La letteratura sociologica conservatrice pone dunque il focus su tre binari ben specifici in ordine alle ragioni del crimine e sono del tutto individuali:

  1. La scelta razionale: il migrante che delinque non è una “vittima della società”, è piuttosto un attore razionale che calcola costi e benefici. Se lo Stato ospitante ha leggi deboli e pene incerte, il crimine diventa un’opzione conveniente.
  2. Fattore culturale vs fattore economico: mentre la prima corrente sopra esposta ritiene che un immigrato delinqua perché povero ed emarginato, il Right Realism sostiene che la devianza dipenda dal rifiuto aprioristico dettato dall’impossibilità culturale di assimilare le norme giuridiche e civili della nazione ospitante.
  3. Il nesso tra immigrazione clandestina e anomia: l’ingresso illegale e la clandestinità creano intrinsecamente una condizione di illegalità permanente che alimenta mercati illeciti e devianza generalizzata.

Anche la dimensione antropologica ha un peso fondamentale

Essa mette il focus sulla gestione dello spazio urbano, della prossimità degli individui, dei confini personali e sociali e all’interno degli stessi confini nazionali. Culture diverse, attribuzione di significati diversi al vivere quotidiano e alla stessa percezione di sé stessi e del proprio posto nella società, fanno talvolta da detonatore a situazioni già di per sé complesse e al limite.

L’antropologa Mary Douglas (“Purity and Danger”) ha dimostrato che ciò che definiamo “sporco” o “pericoloso” è spesso semplicemente “cosa fuori posto” (matter out of place), ovvero qualcosa che viola l’ordine tassonomico di una cultura. L’immigrato che commette violenza non viola solo il codice penale, ma infrange il patto di subordinazione e ospitalità implicito nella struttura etnocentrica dello Stato-nazione. La reazione violenta della comunità ospitante è una risposta rituale volta a ristabilire i confini simbolici violati.

Riprendendo il pensiero di William Graham Sumner, che coniò il termine etnocentrismo nel 1906, la reazione sociale valuta i comportamenti della popolazione straniera applicando esclusivamente i parametri normativi e morali del proprio gruppo di riferimento. Dinanzi a reati percepiti come “culturalmente orientati”, la reazione sociale non si limita alla richiesta di punizione penale, ma si estende alla condanna totale della matrice culturale di origine, interpretando l’atto deviante come la prova antropologica di una presunta incompatibilità di civiltà.

D’altro canto, pare non si tenga conto che l’impunibilità di fatto di alcuni reati, ritenuti ormai dal nostro ordinamento di natura lieve e pertanto ammissibili di non procedibilità, fanno scattare nel cittadino quel sentimento di ingiustizia e di precarietà di cui parliamo e che non sono affatto percepiti dall’opinione pubblica come lievi.

Chi scrive trova opportuno, tra le tante cose che andrebbero fatte, la promozione di un piano di reclutamento strutturato, all’interno delle forze dell’ordine, specificatamente rivolto ai cittadini italiani di seconda generazione e con background migratorio. Tale strategia risponderebbe a un duplice imperativo sociologico e operativo: da un lato ottimizzerebbe la capacità ermeneutica delle istituzioni, favorendo una comprensione dall’interno (insider perspective) delle dinamiche subculturali e dei fattori eziologici alla base di certa devianza; dall’altro, veicolerebbe una potente istanza simbolica verso l’esterno: l’inclusione di tali professionalità non solo attesterebbe il superamento di alcune barriere all’integrazione sistemica, ma ridefinirebbe l’applicazione della legalità in chiave inclusiva, dimostrando nel contempo come il rispetto e la tutela dell’ordinamento giuridico italiano siano principi transculturali e debbano necessariamente essere condivisi, ma soprattutto sono imprescindibili.

Il caso di Modena come detonatore

Il caso di Modena evidenzia come un evento drammatico agisca da detonatore in una società già satura di ansie strutturali, di incertezze di vario genere, di precarietà e di palesi ingiustizie. La reazione della comunità ospitante (italiani), analizzata su base scientifica, dimostra che di fronte a una minaccia percepita contro l’incolumità pubblica, le categorie della psicologia sociale sopra menzionate (la difesa dell’ingroup) e dell’antropologia (la purificazione dello spazio violato dalla “materia fuori posto” di Mary Douglas) tendono a prevalere sul dato statistico e sull’evidenza clinica del disagio mentale.

La patologia psichiatrica di cui Salim El Koudri è portatore scoperchia infatti un altro tasto dolente rispetto alle politiche attuali di salute mentale nazionale e territoriale, tutta da rivedere e implementare. Spesso i giovani di origine straniera di seconda generazione manifestano sofferenze psicologiche non legate al viaggio migratorio, ma a dinamiche di crisi identitaria: non si sentono cioè né completamente italiani, né completamente della Nazione di provenienza, attraversando una vera e propria spaccatura interna tra le tradizioni e la cultura vissuta e percepita nella famiglia di origine e quella nella quale sono immersi nella vita quotidiana sul nostro territorio.

Sebbene siano presenti politiche regionali e nazionali a favore di giovani nativi di background migratorio, con spazi dedicati come consultori, luoghi ad accesso libero, pensati per i ragazzi tra i 14 e i 24 anni, dove possono trovare il supporto psicologico.

Sebbene si punti sul rafforzamento degli sportelli d’ascolto nelle scuole superiori, il primo vero fronte in cui emergono i conflitti di identità e i vissuti di discriminazione intergenerazionale, oltre ad altre problematiche ormai conclamate, come il bullismo e un’aggressività generalizzata.

Sebbene il Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) e il Programma Nazionale Equità nella Salute (PNES) finanzino progetti regionali volti a ridurre le disuguaglianze di salute e a favorire l’inclusione dei soggetti vulnerabili nelle aree urbane marginalizzate.

Tutto ciò non solo risulta del tutto insufficiente, ma presenta comunque grandi limiti a causa della frammentazione regionale. Alcune regioni risultano più organizzate di altre e la carenza sistemica di personale specializzato con la perenne mancanza di fondi completano il quadro.

Il rischio criminologico reale, nel caso specifico di Modena, non è evidentemente legato a cellule terroristiche dormienti o a flussi migratori incontrollati. Il vero fattore di rischio criminogeno risiede nel disagio psichiatrico severo, combinato con l’isolamento sociale ed economico: il ragazzo lamentava la mancanza di lavoro, la sensazione di essere bullizzato e soprattutto aveva smesso di curarsi per i suoi disturbi mentali e nessuno si è preoccupato di un potenziale pericolo imminente per se stesso e per gli altri.

Il concetto di responsabilità istituzionale non si esaurisce certamente nell’azione delle forze dell’ordine che intervengono su fatto già accaduto, ma ha a che vedere con un lavoro di prevenzione e di monitoraggio che non c’è.

Il sistema psichiatrico territoriale (CSM) nel caso di Modena è la carenza di gran lunga più grave emersa dalle indagini. El Koudri era stato formalmente preso in carico dal Centro di Salute Mentale (CSM) di Castelfranco Emilia. Tuttavia, come confermato dalle autorità sanitarie, dopo un primo periodo di osservazione “se ne erano perdute le tracce”. Il fallimento in questo caso non è di natura investigativa, ma medico-sociale: esiste una cronica carenza di risorse, personale e protocolli di follow-up stringenti per i pazienti psichiatrici gravi che crea soggetti che si muovono sul territorio senza alcuna vigilanza.

Quanto alla sicurezza passiva urbana, Via Emilia Centro è il cuore del centro storico di Modena, un’area ad altissima densità pedonale, specialmente il sabato pomeriggio. La facilità con cui un veicolo ha potuto accedere a velocità folle (circa 100 km/h) a quella specifica arteria solleva interrogativi sulla pianificazione urbanistica della sicurezza passiva (assenza di pilomat, dissuasori strutturali o barriere architettoniche capaci di frenare accessi veicolari non autorizzati in zone totalmente pedonali).