Devianza Divulgazione

Il fenomeno della tratta di esseri umani e il caso Epstein

Dalla schiavitù antica alla tratta on-demand del dark web: il fenomeno globale dello sfruttamento e il caso Epstein come studio di criminologia dei potenti.

Linea del tempo dello sfruttamento in cinque tappe: Mesopotamia ed Egitto, Grecia e Roma, la tratta atlantica dal XVI secolo, le prime convenzioni internazionali del 1904-1921 e oggi il dark web con la tratta on-demand.

Articolo già pubblicato su CrimeLine Magazine.

La tratta di esseri umani è sempre esistita. Le prime forme documentate di schiavitù di massa risalgono alle antiche civiltà mesopotamiche (Babilonia, Assiria) e all’Egitto, dove i prigionieri di guerra venivano utilizzati per lavori forzati nei progetti monumentali.

Nella Grecia classica, la schiavitù era un pilastro dell’economia e della società. Aristotele, nella sua Politica, giustificava la schiavitù una forma naturale, asserendo che alcuni uomini fossero “per natura schiavi” e altri “per natura liberi”. Durante l’Impero Romano, già Tito Livio prendeva atto del fenomeno della schiavitù ritenendolo parte integrante del tessuto sociale e come componente significativa nell’economia agricola, mineraria e domestica. Più tardi anche Giustiniano ne regolamenterà lo stato di fatto.

A partire dal XVI secolo, potenze europee come Portogallo, Spagna, Inghilterra, Francia, Paesi Bassi iniziavano il traffico massiccio di esseri umani dall’Africa subsahariana verso le Americhe. La tratta atlantica non era solo un trasferimento di forza lavoro, ma un sistema che disgregava intere società africane a favore dell’implemento del fabbisogno di manodopera e conseguente ricchezza economica nel mondo occidentale.

La “triangolazione” Europa-Africa-America prevedeva lo scambio di manufatti europei con schiavi dall’Africa, il trasporto di questi ultimi attraverso l’Atlantico — la “Middle Passage”, un viaggio con tassi di mortalità altissimi — e la loro vendita in America in cambio di materie prime come zucchero, cotone, tabacco normalizzava, de facto, la modalità di business dell’epoca: persone come merce di scambio o di vendita, alla stregua di qualsiasi altro prodotto sul mercato.

Sebbene la schiavitù formale sia stata poi ufficialmente abolita nel corso dell’Ottocento, lo sfruttamento non scompare, ma si trasforma.

Le potenze europee, dunque, pur bandendo la schiavitù, impongono nelle loro colonie forme di lavoro forzato e coercitivo, ad esempio la corvée o la “cultivation system” nelle Indie Olandesi, per sfruttare le risorse locali.

Tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, si diffonde in Europa e America la necessità di combattere lo sfruttamento sessuale forzato di donne e minori. La cosiddetta “schiavitù bianca”, che pone le basi per la Convenzione Internazionale per la Soppressione della Tratta delle Bianche tra gli anni 1904-1921.

Oggi, si definisce a livello internazionale tratta di esseri umani: il reclutamento, il trasporto, il trasferimento, l’alloggiamento o l’accoglienza di persone ricorrendo alla minaccia, all’uso della forza o ad altre forme di coercizione, ai rapimenti, alla frode, all’inganno, all’abuso di potere o a una posizione di vulnerabilità. Lo scopo è sempre lo sfruttamento, che include lo sfruttamento della prostituzione, altre forme di sfruttamento sessuale, il lavoro o i servizi forzati, la schiavitù o pratiche analoghe, la servitù e il prelievo di organi.

Quando il traffico di esseri umani ha scopo di sfruttamento sessuale, tipicamente, le vittime — che sono prevalentemente donne e ragazze — vengono indotte a lasciare i propri paesi con false promesse di lavoro, matrimonio o una vita migliore. Una volta arrivate a destinazione, i documenti vengono confiscati e vengono sottoposte a violenza, minacce, debiti ingiustificati e molto onerosi, al fine di costringerle alla prostituzione con anche la minaccia di ritorsione anche nei confronti delle famiglie di origine.

Anche in questo ambito la rete e i social media hanno radicalmente cambiato il modo di operare da parte delle organizzazioni criminali. Esse usano infatti anche le piattaforme online per reclutare vittime.

Il “loverboy method”, ovvero metodo del ragazzo innamorato, è piuttosto comune per l’adescamento. Una tecnica manipolatoria che fa leva sui sentimenti e sulla fiducia per indurre la vittima a raggiungerli. Un sogno che diventa un incubo.

Altre modalità di reclutamento: le chat online in vari gruppi, i social media, agenzie di collocamento online create ad hoc, siti web di assistenza all’immigrazione contraffatti, i forum sul dark web con servizi di pagamento tramite criptovalute.

Il tutto rende il fenomeno di carattere transnazionale e di difficile tracciamento.

I numeri del fenomeno

In termini assoluti vivono in condizione di schiavitù nelle sue varie forme circa 50 milioni di persone nel mondo se includiamo anche il matrimonio e lavoro forzato.

Solo per dare un’idea, nel rapporto di Save the Children “Piccoli Schiavi Invisibili” del 2022, i minori rappresentano il 38% delle vittime identificate a livello globale.

Secondo i dati della Polizia Postale italiana, riportati sempre da Save the Children, nel 2021 si è registrata una concentrazione di 531 casi di adescamento online di minori nella fascia d’età tra i 10-13 anni.

Secondo UNODC (Onuitalia.com del 27-7-2022) tra i paesi di origine delle vittime prevale la Nigeria (65,6%), seguita da Pakistan (4,5%), Marocco (2,6%), Gambia (2,5%) e Costa d’Avorio (2,3%).

La fascia di età prevalente (45,4%) ha tra i 18 e i 25 anni ma c’è chi ne ha meno di 17.

Il traffico di esseri umani in Europa genera un profitto annuo di 29,4 miliardi di euro.

Grafico Eurostat sulle forme di sfruttamento delle vittime registrate di tratta di esseri umani dal 2014 al 2024: lo sfruttamento sessuale è la voce prevalente, seguito dal lavoro forzato e dal prelievo di organi e altri scopi.

Fonte e grafico: Eurostat.

Il grafico esaustivo tratto da Eurostat dimostra come il traffico di esseri umani a scopo sessuale (istogramma rosa) sia al primo posto, seguito dal lavoro forzato in blu e traffico di organi in color oro. Non confortante, ma da evidenziare, il fatto che dal 2014 al 2024 il trend del traffico a scopo sessuale è in diminuzione.

Tratta e pedofilia

Quando parliamo di sessualità legata alla tratta, parliamo sempre di forme di devianza e parafilie e la pedofilia entra a gamba tesa in questo terrificante quanto squallido quadro generale.

Il collegamento alla pedofilia, infatti, è la manifestazione più aberrante della tratta, perché colpisce i soggetti più vulnerabili.

I bambini sono sfruttati sessualmente attraverso la prostituzione, la produzione di materiale di abuso sessuale infantile (CSAM — Child Sexual Abuse Material), il “turismo sessuale minorile” e lo sfruttamento in live-streaming.

La tecnologia ha facilitato una diffusione globale e quasi istantanea del CSAM, creando un’economia della richiesta che alimenta l’abuso in tempo reale.

È doveroso puntualizzare che, a differenza degli adulti, spesso i bambini vengono sfruttati all’interno del nucleo familiare o da reti di conoscenze, tuttavia, la tratta minorile è strettamente legata ad altre forme di vulnerabilità, come la povertà estrema, stato di abbandono psicologico e fisico, conflitti armati che generano orfani in balia di loro stessi, i disastri naturali, che separano i bambini dalle loro famiglie, minori emancipati che, non adeguatamente sorvegliati, vengono irretiti con l’illusione di facili guadagni con la promessa di essere introdotti nel mondo della moda o dello spettacolo, allontanandosi a volte spontaneamente forti del fatto che nessuno li reclama in tempi utili per il loro ritrovamento.

Si presenta dunque una struttura che lavora secondo due criteri:

  • On-demand Trafficking: l’uso di piattaforme di messaggistica criptata e del Dark Web che permette ai “clienti” di richiedere prestazioni specifiche, rendendo la tratta un servizio just-in-time.
  • Tecnologie di Controllo: i trafficanti utilizzano il tracciamento GPS degli smartphone e il ricatto tramite Deepfake o materiale pedopornografico autoprodotto dalle vittime (sotto coercizione) per impedirne la fuga. Ricatto di ritorsioni verso le persone care alle vittime e alle vittime stesse. Terrorismo psicologico. Questo crea una “cella invisibile” digitale e non solo, che in molti casi non necessita di catene fisiche.

Dunque, la stessa tecnologia che promette connessione e libertà può diventare la più sofisticata delle catene. Il controllo non passa più solo attraverso la sottrazione del passaporto, ma attraverso il possesso dell’identità digitale della vittima.

Il caso Jeffrey Epstein: la criminologia dei potenti

Il caso Epstein rappresenta il case study d’eccellenza per la criminologia dei colletti bianchi applicata alla tratta a scopo sessuale. È un caso di tratta molto raffinato nella sua architettura organizzativa e che si discosta dal tipico sfruttamento sessuale per la particolarità e l’accuratezza delle fasi di adescamento, il perpetramento e il perpetuamento del reato.

Tre elementi caratterizzanti:

  • L’architettura del silenzio: Epstein non operava nelle periferie degradate, ma nei centri del potere mondiale. Questo dimostra come il capitale sociale (amicizie influenti, donazioni universitarie) possa essere utilizzato per neutralizzare i controlli sociali e legali per ottenere il SILENZIO. Tutti avevano da perdere, molto da perdere, se avessero parlato.
  • Il ruolo di Ghislaine Maxwell: sociologicamente, la figura della Maxwell scardina lo stereotipo del trafficante maschio e violento. La sua funzione era di facilitatore e mimetizzazione: una donna colta ed elegante facilitava l’adescamento delle minorenni che avveniva di persona. La figura femminile riduceva nelle vittime designate la percezione del pericolo. G.M. si mimetizzava tranquillamente in certi ambienti e in certi ambiti in ragione del genere femminile, dell’età, e dell’estrazione sociale: l’adescamento da parte di una bella ed elegante signora dai modi gentili era una forma di reclutamento praticamente perfetta. Le vittime erano abbagliate da tanta grazia e ricchezza. Provenivano da ambienti difficili, degradati, da famiglie poco presenti e con scarse risorse economiche.
  • L’isola come eterotopia: Little St. James, un’eterotopia del piacere deviante come direbbe Michel Foucault. Uno spazio fisico isolato, reale, dove norme e convenzioni vengono sospese, un luogo dove le leggi dello Stato non agivano, favorendo un micro-ordine criminale gestito da un’élite potente, perversa, intoccabile.

In ambito clinico, Epstein incarna perfettamente la cosiddetta Triade Oscura (Dark Triad), un costrutto che raggruppa tre tratti di personalità malevoli ma non necessariamente clinici nel senso psichiatrico classico, che in lui hanno raggiunto una sinergia devastante.

1. Il narcisismo maligno: il mondo come specchio

Per il narcisista, gli altri non hanno un’esistenza indipendente, ma sono “oggetti-sé” funzionali alla propria gratificazione.

  • Onnipotenza e impunità: Epstein utilizzava la ricchezza e le connessioni con scienziati, politici e Reali per alimentare un senso di superiorità quasi messianica. La sua isola, Little St. James, non era solo un luogo fisico, ma la proiezione del suo Io grandioso, un regno dove le leggi umane non avevano valore.
  • Assenza di empatia: le vittime erano ridotte a ingranaggi di un sistema estetico e sensoriale e di business. Il narcisismo di Epstein gli permetteva di razionalizzare l’abuso come una forma di “iniziazione” o “educazione”, mantenendo un’immagine di sé come mentore o filantropo.

2. Il machiavellismo: l’ingegnere sociale

Se il narcisismo fornisce la motivazione, il bisogno di gloria, il machiavellismo fornisce lo strumento: la manipolazione strategica.

  • Sfruttamento cinico: Epstein era un maestro della cooptazione. Sapeva che per proteggere il suo segreto doveva “sporcare” gli altri. Coinvolgendo persone potenti nei suoi circoli, creava una rete di complicità silente (omertà d’élite).
  • Pianificazione a lungo termine: la struttura della sua rete di traffico era modulare e gerarchica. Utilizzava reclutatrici come Ghislaine Maxwell perché comprendeva, con freddo calcolo machiavellico, che una donna avrebbe abbassato le difese delle giovani vittime più efficacemente di lui.

3. La psicopatia: il predatore senza rimorso

La componente psicopatica è quella che permette l’azione criminale continua, senza il peso della colpa.

Fascino superficiale (glibness): Epstein possedeva la capacità tipica dello psicopatico di apparire magnetico e affidabile, aiutato anche dal fatto che oggettivamente fosse un uomo di bell’aspetto. La sua, una maschera di sanità (Mask of Sanity) che utilizzava per infiltrarsi negli ambienti più esclusivi del mondo.

Parassitismo e predazione: lo psicopatico vede la società come una giungla di predatori e prede. In Epstein, questo si traduceva in un’assoluta mancanza di risposta emotiva davanti al trauma delle vittime. La sua “eccitazione” non era solo sessuale, ma derivava dall’esercizio del potere assoluto sulla volontà altrui e non solo delle vittime di abusi ma anche sui loro aguzzini che avevano troppo da perdere qualora i loro perversi segreti fossero venuti alla luce. Il caso del Principe Andrea d’Inghilterra è l’emblema della portata della perdita.

Quanto all’uso di Ghislaine Maxwell, Epstein comprendeva che una figura femminile colta, aristocratica e materna avrebbe disarmato le giovani vittime. Questo è il cinismo machiavellico puro: delegare la cattura della preda a un “simile” per generare un falso senso di sicurezza.

Quanto alla normalizzazione dell’abuso, il grooming iniziava con richieste apparentemente innocue (come massaggi), inserite in contesti di estremo lusso. La vittima veniva introdotta gradualmente in un ambiente dove l’abuso era presentato come una “norma sociale” condivisa da persone importanti, rendendo quasi impossibile la ribellione razionale.

Riguardo al love bombing e le promesse di futuro, Epstein individuava ragazze in situazioni di vulnerabilità economica o familiare e agiva come il “grande beneficiario”. Prometteva borse di studio, carriere nel mondo della moda o aiuti finanziari alle famiglie.

La creazione di dipendenza e sudditanza psicologica nel narcisista non riguarda solo il corpo, egli vuole la devozione. Fornendo risorse che la vittima non avrebbe mai potuto ottenere altrove, Epstein creava un legame di gratitudine tossica. Almeno all’inizio. La vittima si sentiva “speciale” per essere stata scelta da un uomo così potente, una dinamica che accecava rispetto alla realtà dello sfruttamento.

La psicopatia di Epstein forniva la freddezza necessaria per mantenere il controllo una volta che la vittima realizzava la natura della situazione ed utilizzava metodi sopraffini per mantenere il controllo.

Una volta all’interno della rete (spesso sull’isola o nelle residenze private), era posto in atto il cosiddetto gaslighting. Alle vittime veniva detto che nessuno avrebbe creduto loro, che la polizia era “sua amica” e che la loro reputazione sarebbe stata distrutta se avessero parlato e che stavano esagerando il quadro d’insieme.

Nelle testimonianze, emerge come Epstein ed i suoi «amici» trattassero le ragazze con un distacco assoluto dopo l’abuso. Questa “freddezza affettiva” era funzionale a deumanizzare la vittima, facendola sentire un oggetto privo di valore, il che portava a una rapida distruzione dell’autostima e alla paralisi della volontà di fuga.

Molte delle vittime venivano trasformate in “reclutatrici” a loro volta, erano già dentro ad un trauma che si definisce identificazione con l’aggressore. Attraverso la frequenza costante dei contatti con Epstein e la durata dell’esposizione al suo stile di vita, queste ragazze “imparavano” che l’unico modo per sopravvivere o avere successo in quell’ambiente era replicare il modello criminale, portando altre giovani nel sistema.

Epstein non era affatto un “folle” nel senso comune, ma un individuo con un’altissima funzionalità psichica che ha messo la propria patologia al servizio di un’architettura criminale. La sua morte, il suicidio in cella, è compatibile con i tratti personologici del soggetto: quando la “maschera” crolla e lo specchio della società non riflette più un dio ma un criminale, l’IO grandioso preferisce l’annientamento alla vergogna della realtà.

Tuttavia, chi scrive è di opinione che Epstein non fosse arrivato ancora a pensare che fosse finita: nonostante il carcere, se fosse rimasto in vita, avrebbe tentato di fare ciò che la sua più vicina collaboratrice, Ghislaine Maxwell, sta facendo ai giorni nostri: trattare un’immunità in cambio di informazioni. L’omicidio è pertanto più probabile del suicidio.

Il caso letto con Sutherland

Vedendo il caso secondo Sutherland, il crimine richiede l’apprendimento di tecniche (come farlo) e orientamenti pulsionali (perché farlo).

  • La “normalizzazione” dell’abuso: Epstein non agiva da solo. Ha creato una rete di collaboratori (come Ghislaine Maxwell) che apprendevano e perfezionavano le tecniche di adescamento (grooming).
  • Definizioni favorevoli al crimine: all’interno della cerchia ristretta di Epstein, il superamento dei limiti legali e morali veniva presentato come un segno di “status” o di appartenenza a un’élite sopra la legge. La ricchezza estrema fungeva da giustificazione: “Siamo diversi dagli altri, le regole comuni non si applicano a noi”.

Sutherland afferma che l’influenza di un’associazione dipende dal prestigio di chi trasmette il modello.

  • L’effetto calamitante: Epstein si circondava di scienziati, politici, reali e celebrità. Per chiunque volesse scalare la società che conta, entrare in quel giro significava associarsi a persone di immenso potere.
  • La pressione del gruppo: se le persone più potenti del mondo frequentano la tua isola o vengono nel tuo jet, il “messaggio” che ricevi è che quel comportamento è accettabile o, quantomeno, tollerato. Questo riduce la percezione del rischio e la resistenza morale del singolo.

Il caso Epstein mostra come la teoria dell’associazione differenziale possa essere istituzionalizzata: in criminologia, questo modello è definito “grooming istituzionalizzato”. Non parliamo più del predatore che si nasconde nel bosco, ma di quello che si siede a tavola con i potenti.