La profezia di Universo 25: Il collasso comportamentale e perché ci riguarda
L'esperimento Universo 25 di John Calhoun e il collasso comportamentale dei topi, letti con gli strumenti della criminologia ambientale e della sociologia contemporanea.
John Bumpass Calhoun, (JBC) è stato un etologo statunitense (1917-1995) noto per i suoi studi sulla densità di popolazione e sui suoi effetti sul comportamento.
Ha svolto numerosi esperimenti, uno in particolare vale la pena di ricordare: Universo 25, conosciuto dalla letteratura scientifica come “Death Squared: The Explosive Growth and Demise of a Mouse Population” (Morte al quadrato: la crescita esplosiva e il declino di una popolazione di topi), pubblicato nei Proceedings of the Royal Society of Medicine (Vol. 66, Gennaio 1973). Lo studio fu condotto nei laboratori del NIMH (National Institute of Mental Health) a Poolesville, in Maryland.
Fonte immagine e didascalia Symposium on Man in His Place pag 81 di Death Squared: The Explosive Growth and Demise of a Mouse Population
Cosa è successo.
Lo scienziato costruisce un ambiente “ideale” per dei topi. Il cosiddetto “paradiso dei topi” con l’obiettivo di studiare il comportamento sociale delle popolazioni animali in condizioni di sovrappopolazione e abbondanza di risorse. I risultati sono stati talmente estremi da spingere molti a considerare l’esperimento come una possibile metafora del destino dell’umanità, il primo, lo stesso Calhoun.
Il numero 25 indica che quella specifica gabbia era il 25º ecosistema artificiale costruito da Calhoun a partire dal 1947. Per venticinque anni l’autore ha ripetuto e perfezionato lo studio modificando le variabili ambientali, le dimensioni dei recinti e le specie utilizzate.
Nei primi tentativi (1947-1962): Calhoun iniziò (1947) recintando un gruppo di ratti norvegesi in un fienile a Rockville.
Nel 1962 pubblicò su Scientific American i risultati dei suoi primi esperimenti affollati sui ratti, coniando il termine Behavioral Sink (collasso comportamentale).
La specificità di Universo 25 - Sebbene i principi biologici fossero stati testati e confermati nelle 24 varianti precedenti (sia su ratti che su topi), l’esperimento numero 25 fu unico, definitivo e mai replicato identico a se stesso successivamente a causa della sua complessità e dei costi strutturali. Progettato come l’ambiente “perfetto e definitivo” (un cubo di circa 2,7 metri di lato, privo di predatori, a temperatura costante di 20°C, con cibo e acqua virtualmente infiniti e pulizia sistematica ogni 4-8 settimane) per isolare un’unica variabile: lo spazio fisico.
Nel suo paper, Calhoun suddivide la durata dell’esperimento in 4 fasi distinte che mostrano matematicamente la traiettoria verso la morte sociale:
Fase 1 adattamento (Strive) giorno 0-104 si osservano i primi accoppiamenti e marcatura del territorio. Tutto bene, come previsto.
Fase 2 Sfruttamento (Exploit) giorno 105-599, si osserva una crescita esponenziale. La popolazione raddoppia ogni 55 giorni. Si arriva ad una quota di 620 esemplari. Tutto normale, tutto previsto.
Fase 3 Stagnazione (Stagnation) giorno 560-919. La crescita tocca un picco massimo di 2.200 esemplari. Poi la crescita si ferma bruscamente. Si osserva un collasso comportamentale (behavior sink). La cura della prole scompare, nascono esemplari che dimostrano apatia, una esclusiva cura di se stessi, auto isolamento. JBC li nomina “belli” (the beautiful ones) per la bellezza del loro pelo e lo stato fisico particolarmente curato e privo di imperfezioni. Aumenta l’infanticidio che sale al 90%, aumento dell’aggressività.
Fase 4 Morte (death) giorno 920-1588+ Ultimo concepimento registrato. Natalità azzerata. La popolazione subisce una crescita negativa inarrestabile fino all’estinzione totale
Calhoun conclude lo studio con una formula che chiama “Morte al Quadrato” (De × Ds), spiegando che nei sistemi sociali iper-congestionati la prima morte è sempre quella dello “spirito” e delle relazioni (Ds), a cui segue inevitabilmente e matematicamente la morte biologica del corpo (De).
Proviamo a spostare la lente d’ingrandimento dal micro - il comportamento del singolo e della famiglia - al macro, il peso dello spazio, dell’ambiente, e della densità sociale rispetto alla devianza.
Nelle scienze criminali esiste un intero filone che studia come l’architettura, l’urbanistica e il sovraffollamento plasmino il comportamento umano. Questa premessa teorica ha costruito l’assunto di partenza per l’esperimento Universo 25 i cui esiti sono andati ben oltre le aspettative dello scienziato ed ha offerto una evidenza che va oltre lo studio del sovrappopolamento, dimostrando la fondamentale importanza dei ruoli sociali che stabilizzano e mantengono sana prospera una società senza i quali la deriva devastante alla quale è destinata.
Quando l’Ambiente Genera la Devianza
Per decenni, la criminologia classica ha cercato le cause del crimine quasi esclusivamente all’interno dell’individuo (anomalie biologiche, traumi psicologici) o nella struttura economica (povertà, disoccupazione). Tuttavia, a partire dai primi del Novecento, la Scuola di Chicago e sociologi come Robert Park, Ernest Burgess, Roderick McKenzie nel saggio The City hanno introdotto una verità rivoluzionaria: lo spazio fisico non è un contenitore neutro, ma un attore sociale a tutti gli effetti.
La Criminologia Ambientale dimostra che la disposizione geometrica delle nostre città, l’architettura dei quartieri e, soprattutto, la concentrazione di individui in spazi ristretti filtrano e modificano le interazioni umane. Esiste un limite biologico e relazionale oltre il quale la coesistenza forzata cessa di produrre socialità e inizia a generare patologia.
Quando una comunità supera una determinata soglia di densità abitativa e sociale, i meccanismi di regolazione spontanea del comportamento si inceppano. L’ordine sociale si frammenta, lasciando il posto a risposte adattive disfunzionali: l’isolamento radicale o l’aggressività ipertrofica.
Si verifica cioè il cosiddetto Paradosso dell’Abbondanza e una Nuova Anomia
Come dicevamo, la sociologia tradizionale ha sempre legato la devianza e la violenza al concetto di privazione. La teoria della tensione di Robert Merton, ad esempio, suggerisce che l’atto criminale nasca dal divario tra le mete culturali (il successo, il benessere) e i mezzi leciti per raggiungerle. In quest’ottica, la violenza è figlia della scarsità.
Ma cosa succede se ribaltiamo completamente questo paradigma? Cosa accade a una società in cui non esiste più la lotta per la sopravvivenza materiale, dove le risorse (cibo, cure, beni di consumo) sono illimitate e garantite, ma lo spazio vitale si riduce progressivamente?
In un contesto di totale abbondanza materiale abbinata a un sovraffollamento estremo, l’individuo sperimenta una forma inedita di Anomia. Non è più l’anomia di Émile Durkheim (la mancanza di norme causata da una crisi economica), ma un’anomia da sovraccarico relazionale: Quando ogni secondo della nostra esistenza è condizionato dalla presenza intrusiva, inevitabile e non scelta dell’altro, il tessuto sociale non si rinforza: si usura e si decompone.
Un concetto criminologico fondamentale per comprendere le dinamiche di gruppo, la violenza urbana e il concetto di territorialità. L’essere umano, al pari di molte specie animali, ha bisogno di confini materiali e simbolici per strutturare la propria identità, le proprie gerarchie e le proprie routine di sicurezza. Quando i confini territoriali vengono azzerati dalla densità demografica, dall’iperstimolazione, dall’assenza di regole o regole non universalmente riconosciute, salta la capacità di stabilire lo status sociale, il proprio ruolo.
In una società sovraffollata, i ruoli sociali tradizionali - il genitore, il leader, il concetto stesso di norma giuridica e morale condivisa si svuotano di significato perché manca lo spazio fisico e temporale per esercitarli, per ragionarli e convalidarli a sé stessi e anche dagli altri. Vengono a mancare i riferimenti che prima erano chiari, espressi, comprensibili e soprattutto CONDIVISI.
È questo fenomeno che introduce la categoria sociologica del Behavioral Sink (traducibile come “collasso comportamentale” o “pozzo nero comportamentale” di cui JBC parla e dimostra nel suo esperimento.
Il collasso comportamentale è dunque, quel punto di non ritorno in cui l’iper-densità della popolazione e relazionale, associata all’anarchia sociale verificatasi nei topi, aggredisce i sistemi anche dei normali comportamenti biologici e sociali a favore di:
- Aggressività iper-reattiva e apparentemente immotivata.
- Il crollo totale dell’istinto di protezione verso i membri più deboli (popolazione femmine, piccoli, anziani).
- Emersione di derive patologiche legate al puro narcisismo estetico (i Belli) o all’apatia sociale distruttiva.
Se dovessimo traslare l’esperimento di JBC alle dinamiche sociali, socio-patologiche e criminali odierne, potremmo supporre che le siano l’esito inevitabile di una società che stipa i propri individui in alveari urbani iper-connessi fisicamente e virtualmente (i social), ma privi di spazio vitale.
Il Paradiso creato da JBC, un mondo perfetto, con abbondanza di risorse in un sistema apparentemente perfetto ma con confinamento spaziale, sebbene controllato, dimostra come l’ambiente abbia una rilevanza preponderante. L’esperimento che ha dimostrato come l’utopia del benessere materiale, se privata dello spazio e dei confini relazionali, si trasformi matematicamente in un inferno criminogeno di autodistruzione.
Trasporre Universo 25 alla società contemporanea è un esercizio affascinante e, per certi versi, inquietante. Calhoun stesso progettò l’esperimento pensando all’uomo: l’utopia dei topi era la metafora delle nascenti megalopoli occidentali degli anni ‘70.
Oggi, nel XXI secolo, quella profezia sembra realizzata, ma con un’estensione che Calhoun non poteva prevedere: il sovraffollamento non è più solo fisico, è anche e soprattutto digitale. Viviamo stipati non solo in appartamenti metropolitani, ma in “gabbie tascabili” (gli smartphone) che ci connettono simultaneamente a milioni di persone.
Le similitudini più nitide tra l’inferno dei topi e la nostra modernità attraverso la lente della criminologia e della sociologia potrebbero riguardare alcuni punti:
I “Belli” (The Beautiful Ones) con caratteristica di Iper-Narcisismo e distacco sociale: Hikikomori
La dinamica più celebre di Universo 25 è la comparsa dei topi “belli”. Erano i maschi che si erano completamente ritirati dalla competizione sociale, dal corteggiamento e dalla difesa del territorio. Passavano il tempo esclusivamente a mangiare, dormire e letteralmente lisciarsi il pelo. Erano sani, senza ferite, ma socialmente morti. Rappresentano la perfetta scomposizione dell’individualismo estremo contemporaneo che vediamo oggi nella cultura del “Looksmaxxing” (da looks, aspetto, e maxing, massimizzare) e del puro apparire: Il focus ossessivo sull’estetica, sulla cura del corpo decontestualizzata dalle relazioni reali (vivere per i feed dei social), potrebbe essere l’equivalente moderno del topo che nell’esperimento si liscia il pelo per ore. Un’atrofia della capacità di gestire il conflitto relazionale per non rischiare il fallimento o il rifiuto nel mondo reale. L’individuo si rifugia in un guscio sterile e confortevole di auto-assorbimento/consolazione.
Lo vediamo anche, ma ragioni diverse, nel fenomeno I Hikikomori: Questo ritiro sociale volontario di migliaia di giovani che scelgono l’autoisolamento nelle loro stanze, rifiutando il mondo esterno, ricalca esattamente la ritirata dei “belli” ma in questo contesto, non si tratta di narcisismo, piuttosto ad un disadattamento di fondo che porta all’incapacità di vivere la vita reale con relazioni reali che richiedono una prossimità e una gestione delle emozioni e del comportamento a cui non riescono a far fronte, si tratta di un disadattamento che nasce dal profondo le cui cause non saranno discusse nella presente dissertazione.
Che dire del behavioral sink, (Il pozzo nero) violenza gratuita e polarizzazione?
Nel recinto iper-affollato dei topi, pur in presenza di cibo infinito e tutti i comfort, nacquero gruppi di esemplari iperaggressivi. Attaccavano i compagni senza motivo, praticavano l’infanticidio e perfino il cannibalismo nonostante l’abbondanza di cibo. La violenza aveva perso la sua funzione biologica (per difesa, cibo, accoppiamento) ed era diventata pura reazione al sovraccarico relazionale. La traslazione con la nostra contemporaneità si commenta da sé ed è talmente evidente da risultare imbarazzante
Altrettanto dicasi per la disintegrazione delle Funzioni Guida, la crisi della Famiglia, l’istruzione e la questione demografica.
Nelle fasi finali di Universo 25, crollano i ruoli e la funzione del ruolo. Le femmine smisero di accudire i cuccioli, li abbandonavano precocemente o li aggredivano. I maschi non si interessavano alla procreazione. I ruoli sociali saltarono completamente. Il risultato fu il blocco totale delle nascite, che portò all’estinzione della colonia molto prima che i topi morissero di vecchiaia.
La famiglia di oggi è disintegrata, non esiste più il ruolo sociale della Famiglia e non esiste nemmeno un concetto di riferimento. La tipica frase <la famiglia è dove c’è l’amore> - trascurando la bellezza del condivisibile concetto e l’implicazione romantica altrettanto lodevole – non significa nulla e non aggiunge niente al presente argomento, rispetto al ruolo sociale fondamentale di cui la famiglia è portatrice e di cui ha perso totalmente i connotati.
L’istruzione di oggi è scadente e crea degli analfabeti funzionali. Persone con titoli di studio, anche ai massimi livelli (laurea) che, di fatto, non comprendono il mondo intorno a loro, sono privi di pensiero critico e pertanto facilmente manipolabili dai mezzi di informazione e dai social. Di fatto soggetti con scarsa capacità di giudizio, maggiore vulnerabilità alle fake news e una tendenza ad accettare passivamente le informazioni senza verificarle.
Soffermandoci un momento sulla demografia. Le società industrializzate stanno da tempo registrando tassi di natalità drammaticamente inferiori alla soglia di rimpiazzo. Il benessere economico e la tecnologica, paradossalmente, coincidono con il rifiuto o l’impossibilità percepita di riprodursi. La complessità della vita urbana, il costo della vita e il costo psicologico delle relazioni, l’incapacità (per tornare ai belli di Calhoun) di relazionarsi correttamente e di gestire situazioni anche difficili, scoraggiano la creazione di nuovi nuclei familiari.
Il fatto che si riproducono, maggiormente le famiglie a basso reddito rispetto a quelle con alto reddito, ci dice che proprio coloro che avrebbero meno difficoltà economiche nell’allevare e nell’educare la prole, siano le maggiori vittime di questo ritiro produttivo, proprio come i belli
Quanto al ruolo educativo, come le madri che nell’esperimento, con il trascorrere del tempo perdevano l’istinto protettivo, parallelamente oggi assistiamo a una fragilità diffusa del ruolo genitoriale. I genitori, schiacciati dalle pressioni performative professionali, e dall’incapacità di gestire i propri figli, spesso abdicano al loro ruolo di guida, delegando l’educazione emotiva dei figli agli schermi digitali, creando quelle “fratture relazionali” di cui si parla tanto e che sono spessissimo causa dell’aggressività adolescenziale, ma anche degli adulti a voler ben vedere, seppure per ragioni leggermente differenti.
La rabbia sociale moderna
L’odio online e la Cancel Culture: Oggi, prima della stessa demografia, sono i social network l’equivalente della densità insostenibile di Universo 25.
Siamo “costretti” a interagire costantemente con sconosciuti, subendo un sovraccarico cognitivo (un eccesso di stimoli e informazioni che il nostro cervello non riesce a elaborare). Non potendo fuggire fisicamente, la risposta biologica diventa l’aggressività: l’odio nei commenti, il cyberbullismo e i linciaggi digitali diventano la valvola di sfogo di un’umanità che si sente “troppo vicina” e minacciata dall’altro, da TUTTO.
La Cancel Culture, si ostina a voler rovesciare sistematicamente ogni forma di narrazione e comportamento (sia passato, sia presente) secolarmente funzionali al buon andamento della società, in nome di bizzarre teorie di libertà personale e di espressione del singolo che non hanno nulla di libero e nulla di espressivo. L’esasperazione di alcune tematiche risultano semplici e sterili dibattiti privi di senso, di forma e di intelligenza - oltre che di senso critico – il cui risultato di oggettivo beneficio collettivo nel lungo termine è tutto da dimostrare e da vedere.
Quanto all’aggressività diffusa e immotivata dell’esperimento, basta guardare alle Baby Gang e alle risse da movida. Ne vediamo tutta l’evidenza: aggressioni casuali in strada, oppure, risse nate per uno sguardo di troppo, scippi o piccoli furti per strada, non hanno certo un movente economico (rapine per fame). Hanno piuttosto, un movente spaziale e identitario: ci si scontra, si delinque, per riaffermare un micro-territorio in un mondo che ha azzerato tutti confini di contenimento, di buon senso, di educazione, di etica morale, di senso civico, di rispetto della Legge.
Le cosiddette baby gang o branco (da non confondere con le gang organizzate appartenenti a bande specifiche come MS13 e similari) sono il risultato di una proliferazione di disadattati in balia di loro stessi, senza obiettivi a lungo termine, se non dalla mattina al pomeriggio, senza una chiara visione di stessi e di una direzione da intraprendere una volta cresciuti (se mai cresceranno) e che si ritrovano a delinquere per i più svariati e futili quanto beceri motivi.
Quanto al concetto di Morte al Quadrato, il vero pericolo per la nostra società non è la carenza di risorse materiali, ma la distruzione del tessuto relazionale causata da un ambiente iper-stimolante, iper-connesso e privo di spazi di decompressione.
L’uomo contemporaneo, proprio come i topi di Universo 25, rischia di morire psicologicamente e socialmente molto prima che il suo corpo smetta di funzionare.